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Dal corpo alla cellula: Anatomia. Patologia. La biopoesia di Gaetano Giuseppe Magro

2026-06-29 19:30

Redazione

Dal corpo alla cellula: Anatomia. Patologia. La biopoesia di Gaetano Giuseppe Magro

Dal corpo alla cellula: Anatomia. Patologia. La biopoesia di Gaetano Giuseppe Magro

Sezione di adenocarcinoma della prostata  – colorazione ematossilina-eosina
(da A. Ascenzi – G. Mottura, Trattato di Anatomia patologica, vol. II, UTET, 1980)

 

Dal blog https://www.poesiadelnostrotempo.it/dal-corpo-alla-cellula-anatomia-patologia-la-biopoesia-di-gaetano-giuseppe-magro/?fbclid=IwY2xjawSviYhleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBiR0pjRkRmU0F6ZEdDRlRCc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHo1KuiKsllXpXpY2xJMKRnUo5qMLLHSZ0nirKVJnqerJMt07efN-knpd3RCb_aem_YWdncwBvzNE8vWqiaLvb3MtSIzwC&brid=YWdncwGynD7aspnMduphzZZSiIUA

 

ESOGRAMMI

Rubrica di Alfredo Rienzi

 

I. L’anatomia e la patologia del corpo

Che sia officina o tempio, il corpo genera obbligatoriamente la poesia. Ne è stato spesso oggetto, con frequenza crescente, nel corso del tempo: dall’epoca classica a quella contemporanea.

Chiaramente non pare coerente considerare la nomenclatura più comune della corporeità – ad esempio «mani», «occhi», «bocca», «sangue», né tantomeno «cuore» – alla stregua di un vero e proprio linguaggio scientifico. Diversamente si devono valutare i somatemi più tecnici e specifici – pur con la dovuta dose di arbitrarietà nel ventaglio tra uso comune e specialistico – quali, pescando da una lista lunghissima: «cervelletto» e «l’apparato escretorio» nel Laborintus di Sanguineti[1], la «rètina» di Magrelli con le adiacenti «cornea» e «iride»[2] o, facendo un passo indietro, «le valvole», «le celle» e «l’aorta» della celebre Lezione di anatomia di Arrigo Boito[3] e, facendone uno avanti, il «menisco», le «vertebre» e la «milza » di Cristina Annino[4].

Un caso particolare è quello rappresentato da Cesare Ruffato (1924-2018), medico radiologo la cui professione ha influenzato profondamente la sua scrittura. Sostenuta da un costante lavorio formale – tra lingua e dialetto padovano – la sua poetica ha accolto il lessico clinico, anatomico e scientifico, più come strumento di indagine della realtà e della sofferenza umana, che come mero intento decorativo. Come è stato rilevato dalla critica, «il medico Ruffato, attraverso l’intreccio dei registri linguistici, rappresenta una complessità caotica; che assume toni eruditi dai risvolti satirici, “petrosi” e demistificanti. La sua poesia indaga i corpi umani con un piglio che non appartiene alla tradizione teoretica o morale della filosofia; il piglio, epistemologico, s’interessa di anatomia e di biologia, e delle allegorie che queste possono suscitare. Attraverso la diagnosi del medico poeta; il parallelismo corpo/organismo collettivo, malattia/male; denuncia le patologie e le deformità di una società che a ogni costo insegue il benessere»[5].

Oltre alla semplice e occasionale presenza accessoria di termini anatomici, la letteratura – anche poetica – ha messo in scena una rappresentazione complessa del corpo: se talvolta ne celebra la pienezza vitale, molto più spesso lo elegge a territorio di fragilità, facendone l’oggetto-soggetto di vicende critiche quali traumi, malattie, ospedalizzazioni, aborti, violenze subite, morti. Da un inventario vastissimo, a meri fini esemplificativi, si citano solo alcuni dei testi più recenti personalmente incontrati, da Sistema limbico di Giovanna Rosadini[6] (di cui è sufficiente il titolo) a In un posto di vacanza di Roberto Carifi[7], da Ricordi di Alzheimer di Alberto Bertoni[8] a Corpo contro di Daniela Pericone[9]. Non di rado, nella dimensione critica della corporeità, il testo attinge a un lessico anatomofisiologico e biologico di frontiera, o apertamente tecnologico-scientifico: al solo scopo di tracciare gli ambiti del discorso con un paio di esempi, Serena Mansueto, ne La statua inesistenza, (L’Arcolaio, 2024) utilizza lemmi biologici per narrare la vicenda della sua gravidanza non conclusa («distacco placentare», «distacco ombelicale», «ovulo», «materia cellulare», «utero», «stato osseo», «polpa» ecc.) e così fa pure Antonio Corona, medico veterinario, in Mi troverai vivo (La Vita Felice, 2024) traducendo in versi un percorso di malattia e cura («glottide», «citoscheletro», «meiosi» ecc.).

II. La biopoesia di Gaetano Giuseppe Magro

Negli ultimi due decenni, la poetica a sfondo anatomopatologico e cellulare di Gaetano Giuseppe Magro è andata oltre, ribaltando i termini della questione (sarà il tempo a dirci se si tratti di un caso isolato o pioneristico). La scienza non viene più usata per istoriare le trame poetiche con terminologie specifiche; assume invece lo statuto di metodo d’indagine esistenziale e assurge a presupposto fondante dell’espressione lirica. È la “biopoesia”: «neologismo che ho coniato – dichiara Magro in una intervista– per tutti coloro che vorranno utilizzare un linguaggio medico-biologico e/o tecnico-scientifico come telaio delle loro poesie; sono convinto che questo tentativo, apparentemente titanico, pian piano e più o meno clandestinamente, aiuterà la migrazione delle cellule, dei tessuti, delle proteine, del DNA, dei tumori e delle patologie di varia natura, ad approdare, attraverso il varco angusto del linguaggio poetico più tradizionale, sulla sponda di una visione letteraria che da sempre ha trascurato le grandi tematiche biologiche dell’esistenza, interrogandosi soltanto sul senso della vita e della morte, come se queste due entità potessero essere soltanto quesiti ontologici religiosi, filosofici, letterari e non biologici»[10].

Gaetano Giuseppe Magro – poeta, narratore, editore ma primariamente professore ordinario di Anatomia Patologica presso l’Università di Catania, autore di centinaia di articoli scientifici – prosegue: «Da circa 15 anni mi batto pubblicamente affinché si riconoscano queste due verità: “la verità è microscopica (non macroscopica)” e “le cellule vengono prima del pensiero”.

È chiaro che queste due affermazioni assiomatiche aprirebbero, in altra sede, a speculazioni e dibattiti filosofici di vitale portata, condivisibili o meno sul versante scientifico [11]; ma quello che qui interessa è il rapporto stretto tra linguaggio scientifico e linguaggio poetico. Alcuni esempi introducono l’ambito di questa operazione concettuale:

*
Siamo su quest’arca a remi, senza sapere cosa comporta andare
in mare aperto, ci aspettano orche e balene e altre strofe furiose
da pettinare a caldo sulle minime particelle squisite e indecidibili

ogni forma di vita ha una scialuppa e un tumore che l’insegue
sapientemente, fino all’altissima menzogna degli assi cartesiani:
muoio, dunque sono, l’amaro ritmo dell’io che pensa amplissimo
e solo, da un anfiteatro greco-romano delle andate cellule ebbre.[12]

*
la poesia è un sintomo,
la febbre più alta possibile delle cose,
perché le cose son mute d’enorme
sulle cime innevate senza croci

la parola è l’infausta malattia
che cuce a filo refe gli umani morti
ai viventi che fingono di non sapere
che nella scala zoologica multipiano dei viventi

si è catalogati a carcasse cellulari gaudenti

È da notare, tuttavia, come in questi testi – il primo dei quali è considerato dall’autore stesso il manifesto della biopoesia in Italia – il linguaggio non forzi lo scrigno della nomenclatura ultraspecialistica, non stravolga – ma anzi si allei con – con le strutture liriche tradizionali.
E quando, come si vedrà, ricorrerà ad un maggior apporto di terminologia tecnoscientifica, lo farà esercitando una vigile attenzione ai fondamenti formali di una poetica tradizionale («la cellula diventa canto e verso»[13]) e soprattutto mantenendo lo sguardo interrogante sul mistero dell’esistenza.

È nel 2014, dopo diverse prove letterarie[14], con il poema breve Il vaniloquio delle cellule ebbre, (apparso sulla Rivista “Incroci”, con una nota di Lino Angiuli[15]), che Magro, con una fluida prosa poetica, mette a fuoco la propria visione, tesa tra un incipit assertivo e fondante («siamo un errore di trascrizione aminoacidica venuto molto bene») e una conclusione di lucida fermezza lucreziana, sospesa tra il materialismo atomico (qui declinato in chiave cellulare) e la presa d’atto, serena ma implacabile, della dissoluzione biologica:

«Le più superficiali cellule epidermiche, intestinali, vescicali,
uretrali, del sangue, della cavità orale, muoiono continuamente,
senza che abbia coscienza di questi minuscoli, funerali quotidiani
perché grande il miracolo che tiene uguale la materia che muta,

senza saper di mutare: ora, però, lo so ogni giorno muoio un po’.
Ho smesso di cercarmi, dell’esterno elegante di cellula è rimasta
una psoriasi di rosa guttata che, per cura, cerca un taglio di sole.»

Con una lingua fluente e di rigoglioso accumulo, capace di schivare sia le derive prosastiche sia le rigidità del tono assertivo, Magro compie quello che Lino Angiuli definisce un «esperimento», capace di miscidare gli strumenti espressivi provenienti dalla sua duplice veste di scienziato e di poeta.
Si possono osservare, in sintesi, i due pilastri dell’operazione.
Il primo è quello concettuale, dove la fusione tra dato biologico ed esistenziale si fa evidenza lirica e i codici della patologia o della genetica rifondano la riflessione sull’essere poggiando sui cardini teorici già espressi dall’autore: il superamento dei quesiti ontologici classici a favore di quelli biologici, la convinzione che «le cellule vengono prima del pensiero» e che «la verità è microscopica»:

«muoio, dunque sono, l’amaro ritmo dell’io che pensa amplissimo e solo, da un anfiteatro greco-romano delle andate cellule ebbre»

«grande il miracolo che tiene uguale la materia che muta, senza saper di mutare: ora, però, lo so ogni giorno muoio un po’»

«ciascuno prova la propria compatibilità con gli ingranaggi esistenti nel mondo animale»

Il secondo pilastro è prettamente linguistico-lessicale e rappresenta un programmatico sdoganamento della nomenclatura specialistica: «un titanico sdoganamento linguistico»: «cellule», «aminoacidica», «ectoderma», «mesoderma», «endoderma», «gameti», «monoclonale», «sezione istologica», «introni», «cellule […] pleomorfe», «batteri fimbriati», «oncogeni», «cromosoma 13», «necrosi colliquativa», «assonale», «omeostasi», «staminali», «corpuscoli tattili del Pacini» ecc.

Quello che nel 2014 nasceva come «esperimento», si è rivelato l’avvio di un percorso personale che ha progressivamente consolidato e definito, teoreticamente e stilisticamente, le coordinate della biopoesia o “poesia cellulare” (Biopoetry/Cell Poetry). Stazioni fondamentali di questo cammino sono la silloge Assenza di segnale, pubblicata con La Vita Felice nel 2020, e la fondazione da parte di Gaetano G. Magro della casa editrice “ilglomerulodisale”, che si propone come luogo in cui esperire «una pendolarità incessante tra i saperi [dove] cellule, tessuti, molecole, particelle elementari, concetti filosofici e psicopatologici rivisitati in chiave moderna oscillano insieme tra scienza e poesia»[16].  Che tale definizione sia coerente con la biopoetica di Magro lo dimostra una semplice scorsa ad alcuni dei titoli della raccolta (Anatomia; Membrana; Adenoma; Anatomia patologica; Metaplasia; Corpuscoli; Atomi; Assenza di segnale ecc.).
Un carotaggio testuale rivela un fitto tessuto lessicale bio-istologico, anatomopatologico eoncologico («membrane basali», «tessuto parenchimale», «cellule lobulari», «assone», «adenoma ossifilo», «metaplasie», «carcinoma», «sarcoma pleomorfo», «mesotelioma», «melanoma», «linfoma», «attività mitotica», «amminoacidi», «lisosomi», «cromosomi»), costantemente immerso in un pabulum multiscientifico e logico-filosofico[17] («campi multigravitazionali», «relatività», «guizzi quantici», «cricchiar d’elettroni», «particelle», «termodinamica», «reattori», «pulsar», «entropia», «angoli retti», «triangolo isoscele», «assi obliqui», «rette infinite», «barra di calibrazione», «sismografo», «scale», «perimetro», «ontogenesi», «cartesiana», «sofisti», «tautologie», «enunciati», «formule definitorie», «metafisica» ecc.). Si assiste, dunque, a una sistematica fusione tra nomenclatura medico-scientifica e suggestioni metafisico-esistenziali.

La lettura di alcuni testi scelti da Assenza di segnale vale, in conclusione, nelle intenzioni di chi scrive, a offrire un’immediata testimonianza di questa tangibile transizione testuale.

La stitichezza delle forme, p. 12

i grilli nella notte lunare contigua all’ampio lago ateo
inappellabili imperatori sul filo sclerotico della vanità
a pencolare, tra i campi multigravitazionali della relatività
come guizzi quantici felici e convinti delle mappe dei vuoti

la tenue luce quasi prossima al millenario muro a secco
chiamava per nome, uno dopo l’altro, gli alberi e i fiori
ogni insetto e tutti i mali oscuri del secolo appena andato
compresa l’elegante inutilità dei papaveri rossi in ischemia

vana la significazione delle superbe ammaccature mucosali
se la palpebra s’abbassa e spegne sul nascere i cerchi dolorosi
ove s’adempie la tremula condizione del cricchiar d’elettroni
inenarrabili particelle che di gusto sculettano a regola d’arte

anche i fenicotteri ai bordi della grande bellezza greco-romana
s’aggrappano alle villanissime danze rosa forate delle cataratte
sui corpi del cristallino, le bave erotiche godono pazze d’assenza
per fame franano sull’immedicabile stitichezza delle forbite forme

Anatomia patologica, p. 60

cominciò la grande avventura degli uomini e donne
che salparono a notte fonda con il mare in tempesta
pochi gli strumenti di bordo e senza bussola al timone

alla ricerca di isole che non comparivano sulle mappe
di navigazione o atlante geografico del nuovo mondo
per dare nomi alle cose che carneggiavano continuamente

e per evitare che ogni cosa fosse l’azzardo di un cosoma
catturarono a strascico un linfoma, un piccolo carcinoma,
un sarcoma pleomorfo, un mesotelioma e infine un melanoma

piantare un chiodo altissimo al cielo su uno stelo di mare
e nonostante i cerchi concentrici, lo avvitarono in piedi
su quel niente edematoso dei reperti del possibile a venire

Assenza di segnale, p. 92

sciocco è l’armamentario
dei poeti
se le parole pipistrello
a radar guasto
continuano a insistere
sulla presenza delle cose
pur in assenza di segnale.
Le parole non dicono il mondo
perché il male è nel telaio della materia

Note

[1] Edoardo Sanguineti, Laborintus, Varese, Magenta, 1956, rispettivamente Sezz. 2. e 3., mentre, per esempio, «epidermide» (4.) e «utero» (11.) appaiono ancora ascrivibili a una lingua comune.
[2] Valerio Magrelli, Ora serrata retinae, Milano, Feltrinelli, 1981: «Foglio bianco / come la cornea d’un occhio. Io m’appresto a ricamarvi / un’iride e nell’iride incidere / il profondo gorgo della retina».
[3] Arrigo Boito, Il libro dei versi, Torino, Casanova, 1877.
[4] Cristina Annino, Le perle di Loch Ness, Arcipelago itaca 2019, in L’amico della volpe, p. 12 e in Vittorio Bachelet, p. 37.
[5] Cesare Ruffato, su Wikipedia, ultima consultazione 15 giugno 2025.
[6] Giovanna Rosadini, Sistema limbico, Borgomanero, Atelier, 2008.
[7] Roberto Carifi, In un posto di vacanza, l’ancora del mediterraneo, Napoli, 2013.
[8] Alberto Bertoni, Ricordi di Alzheimer. Una storia, Ro Ferrarese, Book Editore, 2012.
[9] Daniela Pericone, Corpo contro, Passigli, 2024. Il quale, nella lista pur limitata lista dei volumi letti da poco o da visionare prossimamente, per strana combinazione è vicino a I corpi che non ci calzano mai a pennello di Daniel D. Marin (Interno Libri Edizioni, 2022), Corpo _ Spazio _ Parola di Stefania Bortoli (Arcipelago itaca, 2025), Corpo in ombra di Giancarlo Stoccoro (I quaderni del Bardo, 2026) e Corpo di fondo di Lucianna Argentino (peQuod, 2024).
[10] Pietro Russo, l’editore racconta.: parola al prof. Gaetano Giuseppe Magro, editore de ‘ilglomerulodisale’, intervista a G.G. Magro, in «L’EstroVerso», 1 febbraio 2024, consultabile all’indirizzo: https://www.lestroverso.it/leditore-racconta-parola-al-prof-gaetano-giuseppe-magro-editore-de-ilglomerulodisale/ (ultima consultazione: 13 giugno 2026).
[11] L’assunto di Magro («le cellule vengono prima del pensiero») si scontra o dialoga con la moderna psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) e con l’epigenetica comportamentale, le quali dimostrerebbero l’esatto contrario (o, per lo meno, una circolarità, che ci ricorda l’irrisolvibile questione dell’uovo e della gallina): l’attività mentale e gli stati psicologici modificano la biologia cellulare.
[12] Gaetano Giuseppe Magro, Il vaniloquio delle cellule ebbre, su “Incroci”, Adda Editore, 2014, pp. 36-41.
[13] Cfr. https://www.ilglomerulodisale.it/editore
[14] Fontana delle ore (A&B editrice, 2001), Non sbaglio il vento (Libroitaliano, 2002), Impermanenza (Il giornale di Scicli, 2002), Il glomerulo di sale, pubblicato in antologia (Fara Ed., 2010, titolo che darà il nome alla Casa editrice fondata nel 2023 dallo stesso anatomopatologo siciliano), Le lumache mediocri (LietoColle, 2011), Il batterio del tempo, in antologia (Fara Ed., 2011). Magro aveva inoltre già pubblicato due romanzi, di cui il secondo, Formalina (Fara Ed., 2013), veniva definito «un’apologia dell’Anatomia Patologica», dove le vicende di Ruggero, anatomopatologo, e Ambra, aspirante scrittrice, si intrecciano in un viaggio interiore che esplora la condizione umana attraverso la lente della scienza e della sensibilità poetica (Cfr. https://www.ilglomerulodisale.it/editore).
[15] Gaetano Giuseppe Magro, Il vaniloquio delle cellule ebbre, cit. Sulla Rivista “Incroci” i testi sono riportati in giustificato: si tratta di frammenti di prosa che, riportati su formati maggiori di quelli della pubblicazione originale, come in foglio Word o WordPress, danno l’impressione macroscopica di trovarsi di fronte a una sequenza di versi medio-lunghi.
[16] Cfr. https://www.ilglomerulodisale.it/chi-siamo.
[17] A conferma dell’osmosi tra le due culture, scientifica e umanistica, Magro annovera tra i suoi «migliori amici» – ai quali dedica l’opera – filosofi di ogni pensiero, come Platone, Senofane, Nietzsche, Wittgenstein e Leopardi, oltre a scienziati che hanno impresso una svolta determinante nel pensiero occidentale, quali Darwin, Freud, Lorentz e Monod.

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